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La strada è ancora la vita

Nel 2009 scrivevo su questo magazine che la felicità non è una destinazione, ma la strada stessa. Era una visione pulita, quasi romantica. Erano gli anni in cui la moto sembrava la chiave perfetta per scappare, per trovare una sintonia leggera tra l'asfalto e i pensieri. Diciassette anni dopo, fermandosi a guardare indietro e dentro, la prospettiva si è ribaltata. Quella frase non era sbagliata, era solo incompleta. La strada non è una metafora per spiegare la felicità. La strada è la vita stessa.


Il concetto di fondo è rimasto identico: godersi il percorso. Ma è cambiata la posta in gioco.

Oggi il mondo intorno viaggia a una velocità anestetizzata. Ti offre la trappola invisibile del comfort totale, ti invita a chiuderti dentro scatole di lamiera climatizzate a temperatura costante, dove lo sforzo è azzerato e la realtà ti viene servita filtrata attraverso uno schermo. Ti isola dagli elementi, ti spegne i sensori. In quel guscio protetto non c'è imprevisto, non c'è fatica, ma rischia di non esserci nemmeno la percezione reale di esistere. Diventa un'esistenza in background.

Salire in sella e andare è il rifiuto consapevole di questa anestesia. È l'unico modo rimasto per ricordarsi, concretamente, di essere vivi.


E qui voglio fermarmi un attimo, perché sento il bisogno di guardarti in faccia e chiedertelo direttamente, da motociclista a motociclista: sono solo io che ho iniziato a cercare con questa ostinazione le diversità nette delle stagioni, o anche tu, quando sei lì da solo dietro la visiera, provi le stesse identiche sensazioni? Hai anche tu questa fottuta necessità di sentire la strada sulla pelle per capire a che punto sei?

Io credo di sì. Perché con il tempo capisci che la strada è l'unico test di realtà rimasto a disposizione. Quando fuori ci sono cinque gradi e il gelo trova quell'unico millimetro scoperto sul collo, o quando l'estate picchia duro e l'aria calda ti toglie il fiato sotto la giacca, non stai semplicemente subendo il meteo. Stai verificando che i tuoi sensori sono accesi, che la tua macchina biologica reagisce, si adatta e combatte.

Finché la mente resta agganciata al regime del motore, finché i riflessi anticipano la curva e i muscoli incassano le imperfezioni dell'asfalto, significa che sei dentro la realtà. Non la stai guardando scorrere: la stai vivendo. Se prima la strada era lo strumento per inseguire la felicità, ora è lo spazio sacro in cui riprendersi la vita. Il percorso non è più il mezzo per arrivare altrove; è l'unico luogo in cui ha senso stare.


Guidare, oggi, è il nostro modo sincero per stare al mondo. Senza finzioni, senza sconti. Finché c'è un manubrio da stringere e una striscia di asfalto che scorre sotto le ruote, il tempo perde il suo potere. La risposta è tutta lì, nella pelle che incassa la strada e nel respiro che morde l'aria. Ci sei. Sei vivo. E finché la strada dà senso a tutto, non si molla un millimetro

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