L'ULTIMO GARAGE
Artigiani
per passione, fantasmi per burocrazia: l'Italia sta perdendo i suoi preparatori
e nessuno se ne accorge.
C'è un tipo di morte che non fa rumore. Non c'è un
annuncio, non c'è un funerale, non c'è nemmeno una notizia sui giornali. C'è
solo una saracinesca che rimane abbassata, un numero di telefono che non
risponde più, un profilo Instagram che smette di aggiornarsi. Poi il silenzio.
Così muoiono i preparatori
artigiani in Italia. Uno alla volta, in silenzio, senza che nessuno si prenda
la responsabilità di averli uccisi.
Eppure i colpevoli ci sono,
sono precisi e si chiamano: normative, burocrazia, omologazioni impossibili e
un sistema pensato per proteggere le case costruttrici, non chi costruisce con
le proprie mani.
Il paradosso italiano
Puoi costruire una special bellissima. Puoi pubblicarla su
questo magazine, portarla al Motor Bike Expo, vincere premi, raccogliere
cinquantamila like su Instagram. Poi torni a casa, vai alla Motorizzazione e
non puoi immatricolarla per circolare su strada.
Benvenuto nel paradosso
italiano del custom.
Il Codice della Strada parte da
un principio che sulla carta suona ragionevole: ogni modifica che altera le
caratteristiche omologate del veicolo deve essere a sua volta omologata.
Giusto. Sacrosanto, in linea teorica. Il problema è che il processo per ottenere
quella omologazione è stato progettato per le case produttrici con uffici
tecnici, laboratori certificati e milioni di euro da spendere in test — non per
un artigiano che lavora da solo in un garage di trecento metri quadri con
passione, competenza e pochissimi mezzi.
Risultato: il sistema non è
neutro. È strutturalmente ostile al piccolo preparatore.
Cosa è vietato: la lista che nessuno ti dice
Parliamo chiaro, cosa succede concretamente quando porti una
moto elaborata alla revisione in Italia?
Lo scarico. Può essere
sostituito solo con un componente omologato che rispetti i limiti di rumorositÃ
previsti per quella specifica moto in quella specifica configurazione. Non
basta che sia silenziosa. Deve essere omologata. Se hai montato
un terminale artigianale — anche splendido, anche perfettamente funzionante —
sei già fuori.
La centralina. Il cambio
dell'ECU è illegale se altera le prestazioni dichiarate dal costruttore. E dal
2024 con l'entrata in vigore dello standard Euro 5+, la revisione include una
diagnosi obbligatoria tramite OBD2 che verifica il corretto funzionamento dei
sistemi anti-inquinamento. Tradotto: la moto sa da sola se qualcuno l'ha
toccata. E lo dice al tecnico della revisione.
Il telaio. Qualsiasi
modifica strutturale — e per "strutturale" si intende qualcosa di
molto più ampio di quello che pensi — richiede una certificazione di un tecnico
abilitato e, nei casi più complessi, il collaudo individuale. Una procedura che
esiste sulla carta ma che nella pratica quotidiana è un labirinto kafkiano
senza uscita.
Le sospensioni, i freni,
l'impianto elettrico. Ogni componente che si discosta dalle specifiche
originali entra in una zona grigia che dipende dall'interpretazione del singolo
funzionario della Motorizzazione. Stesso pezzo, stesso ufficio, due giorni
diversi: un giorno passa, un giorno no.
Il confronto che brucia
In Germania esiste il TÜV con una procedura specifica per i
veicoli costruiti in unità singola. Costa, richiede documentazione, ma esiste.
C'è un percorso. Puoi costruire qualcosa di unico e renderlo legale.
In Inghilterra il sistema IVA
(Individual Vehicle Approval) era pensato esattamente per questo: omologare
costruzioni artigianali uniche. Con una procedura chiara, trasparente,
percorribile.
In Italia? Abbiamo le
sanzioni senza il percorso. Abbiamo il divieto senza l'alternativa. Abbiamo la
legge senza la soluzione.
Un preparatore italiano che
vuole costruire una moto unica e circolare legalmente ha due possibilità :
immatricolarla come veicolo speciale con iter lunghissimi e costi proibitivi,
oppure tenerla in garage e usarla solo in pista o alle manifestazioni. Non è
una scelta. È una resa.
Euro 5+: il colpo di grazia
Se pensavi che la situazione fosse già difficile, l'Euro 5+ —
obbligatorio per i nuovi modelli dal 2024, progressivamente esteso — ha portato
un livello di controllo elettronico senza precedenti.
Le moto moderne sono computer
su ruote con sistemi di autodiagnosi che monitorano in tempo reale il
funzionamento del catalizzatore, i cicli di rigenerazione, i parametri di
combustione. Qualsiasi intervento sull'ECU o sul sistema di scarico lascia
tracce leggibili da qualsiasi scanner OBD.
La Yamaha R1, per capirci, è
diventata track-only in Europa dal 2025 perché il costruttore stesso ha deciso
che non valeva la pena aggiornare il motore per rispettare l'Euro 5+. Se Yamaha
alza bandiera bianca, cosa deve fare un artigiano indipendente?
Il preparatore vecchio stampo
che lavorava di tornio, lima e intuito oggi deve anche essere un ingegnere
informatico specializzato in gestioni motore. Il salto tecnologico richiesto
non è evolutivo. È una barriera d'ingresso pensata — consapevolmente o no — per
escludere chi non ha le spalle abbastanza larghe.
Non è sicurezza. È protezione di mercato.
Arriviamo al punto. Quello che nessuno dice.
Le normative attuali non
proteggono i cittadini. Proteggono i produttori di serie.
Un preparatore che costruisce
una special con telaio rinforzato da un professionista, freni Brembo superiori
all'originale, geometrie ottimizzate per il baricentro reale della moto e
componentistica selezionata pezzo per pezzo — sta costruendo qualcosa di
oggettivamente più sicuro del veicolo di partenza. Ma non può circolare.
Mentre una moto di serie
sgangherata, con 80.000 km e la geometria che piange, con i freni al limite e
l'ammortizzatore posteriore esaurito — passa la revisione senza problemi perché
i componenti originali sono "a norma".
Il sistema non misura la
sicurezza reale. Misura la conformità documentale. Sono due cose completamente
diverse.
Li abbiamo lasciati soli
Ma c'è una parte di responsabilità che dobbiamo prenderci
anche noi. Noi appassionati. Noi magazine. Noi che abbiamo riempito le storie
Instagram con le loro moto e poi siamo tornati a casa a comprare la Scrambler
dal concessionario perché "costa meno".
Abbiamo ammirato le loro
creazioni alle fiere, ci siamo fatti fotografare davanti ai loro stand, abbiamo
condiviso i loro lavori sui social raccogliendo like — e poi non abbiamo
commissionato niente. Non abbiamo fatto lobby. Non abbiamo scritto alle associazioni
di categoria. Non abbiamo chiesto a nessun parlamentare perché in Italia non
esiste una procedura semplice per omologare una modifica artigianale come in
Germania o in Inghilterra.
Siamo stati spettatori
entusiasti del loro tramonto.
Articolo 78: il muro di carta
Ha un nome preciso, il muro. Si chiama articolo 78 del
Codice della Strada.
La norma stabilisce che
qualsiasi veicolo a motore deve essere sottoposto a visita e prova presso la
Motorizzazione Civile quando vengono apportate modifiche alle caratteristiche
costruttive o funzionali, o quando viene sostituito o modificato il telaio. Chi
circola senza averlo fatto rischia una sanzione da 430 a 1.731 euro e il ritiro
immediato della carta di circolazione.
Fin qui, sulla carta, ci può
anche stare. Il problema è l'applicazione pratica.
Chi installa sul proprio
veicolo anche solo un componente aftermarket — dalle sospensioni agli scarichi
sportivi, dai fari ai cerchi in lega — deve sottoporre la moto a visita e prova
presso gli uffici della Motorizzazione Civile, con tempi che possono arrivare a
superare l'anno. E questa procedura vale anche quando i componenti sono giÃ
dotati di omologazione europea.
Fermati un secondo su questo
punto, perché è il paradosso più assurdo di tutti: un pezzo certificato come
sicuro e conforme in tutti gli altri Stati membri dell'Unione Europea richiede
in Italia un iter burocratico lungo e costoso. Un freno Brembo omologato in
Germania, Francia, Spagna — in Italia non puoi montarlo senza permesso della
Motorizzazione. Un anno di attesa. Per un componente già certificato. In
Europa.
Qualcuno si è svegliato. Forse troppo tardi.
Mentre scrivo questo articolo, in Commissione Trasporti è in
discussione una proposta di legge che tocca esattamente l'articolo 78. Prevede
quattro nuovi commi che introducono un percorso alternativo per i componenti
già omologati, e soprattutto prevede che le verifiche possano essere affidate —
previa iscrizione in un registro apposito — a officine di autoriparazione
specializzate, concessionarie e enti privati autorizzati, alleggerendo il
carico sulla Motorizzazione.
Il promotore l'ha spiegato con
una chiarezza rara per il mondo della politica: "L'obiettivo è molto
semplice: sburocratizzare senza deregolamentare. Oggi anche modifiche
effettuate con componenti già omologati a livello italiano o europeo possono
richiedere mesi. Questo non aumenta la sicurezza, ma crea solo ritardi, costi e
spesso irregolarità involontarie."
Giusto. Sacrosanto. Finalmente
qualcuno che lo dice in modo ufficiale.
Peccato che la proposta sia
ancora in Commissione. Peccato che nel frattempo i garage continuino ad
abbassare le saracinesche. Peccato che una legge scritta bene arrivi sempre
quando metà del danno è già fatto.
La domanda a cui nessuno vuole rispondere
Se in Italia esistesse una procedura chiara, accessibile e
ragionevolmente economica per omologare una modifica artigianale — come accade
in altri paesi europei — quanti dei preparatori che hanno chiuso negli ultimi
anni sarebbero ancora aperti?
Quanti giovani con talento e
passione avrebbero aperto un garage invece di rinunciarci in partenza, sapendo
che ogni moto che costruiscono non può circolare legalmente su strada?
Quanta cultura motociclistica
italiana stiamo perdendo, non per mancanza di talento, non per mancanza di
passione, non per mancanza di clienti — ma semplicemente perché nessuno ha mai
avuto il buon senso di scrivere una legge decente?
Quella è la domanda. E il silenzio che le risponde dice tutto.
RocketGarage Magazine • Febbraio 2026


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